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Cronache Ribelli

Box Ricerche Ribelli

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"Ricerche Ribelli" è il nome che abbiamo dato alla nostra collana di testi divulgativi, i cui autori e autrici non sono mai stati pubblicat* e che approfondiscono varie tematiche: nello specifico, nei primi tre testi della collana si parla di abolizionismo carcerario, del rapporto tra media e G8 di Genova e del linguaggio utilizzato dalla stampa nel trattare il tema dell'aborto.

Oltre la fabbrica dell'esclusione

Prefazione a cura di Francesco "Kento" Carlo

Nella visione dominante il carcere rappresenta uno strumento indispensabile al corretto funzionamento della società. Il suo ruolo di istituzione d’ordine ne garantisce la longevità e l’immutabilità, rendendo sostanzialmente impossibile metterne in discussione l’esistenza. In realtà, una volta dismesse le lenti deformate attraverso cui guardiamo il sistema detentivo, possiamo renderci conto che quest’ultimo, oltre a essere uno spazio di segregazione e violenza, è produttore di insicurezza sociale. Non soltanto poiché per molti detenuti il carcere si trasforma in “una scuola a delinquere”, ma soprattutto perché, costituendo la risposta principale alla marginalità, esso diventa uno scudo dietro cui nascondere la completa latitanza dello stato nelle politiche sociali. Questo libro ricostruisce l'origine dell'istituzione detentiva: lo fa mostrando la sua reale funzione e analizzando la composizione e la condizione della popolazione reclusa, mostrando il carcere per quello che è realmente. Di fronte a questa fabbrica di pregiudizio, sofferenza e ingiustizia, l’abolizionismo ci appare l’unica autentica alternativa.

Il linguaggio della tensione

Prefazione di Mark Covell

È estremamente significativo, vent'anni dopo, riflettere sulle narrazioni mediatiche che hanno accompagnato il G8 di Genova, poiché il modo in cui la maggior parte degli organi di informazione ha descritto il movimento contro la globalizzazione e i fatti di quei giorni ha avuto ripercussioni durature. Le parole d'ordine, il sensazionalismo e l'attenzione selettiva utilizzati all'epoca hanno creato un'immagine distorta e stereotipata di coloro che si opponevano al sistema dei “grandi otto”. Si sono così gettate le basi per un pericoloso modello di rappresentazione dei movimenti sociali che si è poi ripetuto nel tempo. Questa prassi, oggi come allora, ha il compito di creare un clima ostile, ostacolare la comprensione profonda delle rivendicazioni avanzate e in ultimo, come accaduto a Genova, giustificare una violenta repressione. “Il linguaggio della tensione” si pone l’obiettivo di dimostrare attraverso un’accurata indagine delle fonti che la ricostruzione mediatica del G8 di Genova ha travisato i fatti, insabbiato le violenze, deformato il movimento. Le ragioni della protesta, così come il punto di vista di quella dirompente marea umana che ha dato vita a quella stagione di lotte e rivendicazioni, sono state espulse dalla narrazione dominante

La ricostruzione di quelle giornate, allo stesso tempo drammatiche e straordinarie, può quindi essere utile a rompere un ciclo di manipolazioni mediatiche che da allora non ha smesso di funzionare. Per costruire una società in cui le voci che si levano dal basso siano ascoltate e comprese senza pregiudizi. Solo allora potremo affrontare le sfide del nostro tempo e portare a termine la lotta del movimento dei movimenti.

Dall'autodeterminazione della donna al criptoaborto

Prefazione di Federica Di Martino

Questo libro ci aiuta comprendere l'importanza dell'analisi del linguaggio intorno altema dell'interruzione di gravidanza in Italia. Il frasario usato dai mezzi di comunicazione ha giocato e gioca un ruolo cruciale nel plasmare l'opinione pubblica, poiché determinate parole o codici possono influenzare notevolmente la percezione e i sentimenti con cui le persone si interfacciano a questo argomento. Non bisogna sottovalutare come alcuni gruppi politici, attraverso svariati strumenti, cerchino di utilizzare un linguaggio che criminalizza l’interruzione di gravidanza e stigmatizza le donne che scelgono tale percorso. Come dimostra questo testo, anche a distanza di oltre cinquant'anni dall'approvazione della legge 194, infatti, permangono all’interno di alcuni canali terminologie e posizioni reazionarie che sono terribilmente simili a quelle degli anni ‘70.
Usare un linguaggio scevro da pregiudizi e adeguato alla tematica è invece fondamentale nel far convergere il dibattito pubblico sulla tutela dei diritti delle donne e sulla loro autodeterminazione.


 

 

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